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La sezione raccoglie una selezione delle pronunce giurisdizionali di maggiore rilevanza nella materia di diritto del lavoro.

  • Giurisprudenza
  • Corte di Cassazione
  • Cassazione civile, sez. L, 07-04-2017, n. 9032 [Contratti di lavoro - Associazione in partecipazione - Lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell’impresa - Elementi differenziali]

Contratti di lavoro - Associazione in partecipazione - Lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell’impresa - Elementi differenziali.

 

SENTENZA

(Presidente: dott.ssa Enrica D'Antonio - Relatore: dott. Roberto Riverso)

 

sul ricorso 9149-2011 proposto da:

FALLIMENTO SCLOCK SRL (GIA' SCLOSK S.R.L.) C.F. 01451680423, in persona del Curatore Fallimentare pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MAGNA GRECIA 128, presso lo studio dell'avvocato GIUSEPPE GUGLIUZZA, rappresentato e difeso dall'avvocato ANTONIO FLAMINI, giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro I.N.P.S. - ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE C.E. 80078750587 in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. 05870001004, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l'Avvocatura Centrale dell'Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati ANTONINO SGROI, CARLA D'ALOISIO, ENRICO MITTONI, LELIO MARITATO, giusta delega in atti;

- controricorrenti -

avverso la sentenza n. 44/2011 della CORTE D'APPELLO di ANCONA, depositata il 07/02/2011 R.G.N. 733/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18/01/2017 dal Consigliere Dott. ROBERTO RIVERSO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MARCELLO MATERA che ha concluso per l'accoglimento del ricorso per guanto di ragione; udito l'Avvocato MATANO GIUSEPPE per delega Avvocato ANTONINO SGROI. 
 

FATTI DI CAUSA

 

Con la sentenza n.44/2011 la Corte d'Appello di Ancona, accogliendo l'appello proposto dall'INPS ed in riforma della sentenza del tribunale di Ancona, respingeva l'opposizione della SCLOCK srl alla cartella emessa in relazione al pagamento di contributi previdenziali dovuti in relazione a due lavoratrici ritenute dall'INPS dipendenti e già qualificate come associate in partecipazione.

A fondamento della decisione la Corte sosteneva che in materia il riparto dell'onere della prova fosse da modellare tenendo conto dell'alternativa dedotta in causa tra sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato o di una associazione in partecipazione, e che tale alternativa fosse da decidere secondo l'unica soluzione logicamente praticabile; essendo il rapporto di lavoro subordinato del tutto naturale e rispondente alle esigenze economiche ed organizzative in relazione alla gestione di un negozio di vendita al minuto da parte di un datore per lavoratori che nel negozio provvedevano alle operazioni di vendita ed alle attività accessorie come commessi; che era pertanto configurabile un rapporto di lavoro subordinato, come per chiunque rende prestazioni lavorative in un negozio nel quale operi come commesso; che l'appellata non aveva provato da parte sua né dedotto alcun elemento del preteso rapporto di lavoro come associazione in partecipazione; che ciascuna lavoratrice aveva invece lavorato secondo le caratteristiche del lavoro subordinato senza che vi fosse prova neppure dell'accordo intervenuto secondo lo schema dell'associazione in partecipazione.

Avverso detta sentenza il Fallimento della SCLOCK srl ha proposto ricorso per cassazione, affidando le proprie censure a tre motivi. Resiste l'INPS controricorso.

 

RAGIONI DELLA DECISIONE

 

1. Con il primo motivo il ricorso deduce la violazione dell'art. 2697 c.c. (ai sensi dell'art.360 n.3 c.p.c.) in quanto le affermazioni della sentenza sull'esistenza della subordinazione violavano il corretto riparto dell'onere della prova in materia. 

1.2 II motivo non è fondato, in quanto la Corte ha affermato in realtà che lo schema del lavoro subordinato era logicamente configurabile alla luce della sua conformità al tipo di lavoro espletato dalle due lavoratrici, come commesse, che nel negozio provvedevano alle operazioni di vendita ed attività accessorie a fronte di una retribuzione. In ogni caso, sulla natura del rapporto e sulla corretta gestione dell'onere della prova, la sentenza va esaminata alla luce di tutte le affermazioni in essa contenute; dalle quali si deduce pure, non tanto e non solo che il rapporto di lavoro delle lavoratrici corrispondesse solo in astratto (in base alla natura delle mansioni esercitate ed alla presunzione di subordinazione che la Corte di merito vi ha correlato, in conformità alla sentenza di questa n.18692/2007) allo schema del lavoro subordinato; quanto soprattutto che (oltre all'elemento delle mansioni di commesse in sé e per sé considerate), esistessero in concreto ulteriori circostanze, che pur prive ciascuna di valore decisivo, potessero essere correttamente valutate globalmente come indizi rivelatori degli elementi costitutivi del rapporto di lavoro subordinato. Infatti secondo la Corte "ciascun lavoratore aveva lavorato senza che la prestazione fosse predeterminata e quindi deve ritenersi seguendo un orario e direttive ad esso impartite volta per volta", ed era stato pure "retribuito senza che la retribuzione avesse il benchè minimo riferimento ad una partecipazione agli utili o a qualsiasi elemento economico dipendente delle vicende imprenditoriali, bensì con erogazioni periodiche e, deve presumersi, corrispondenti alla attività lavorativa prestata, e non alla fantomatica associazione in partecipazione."

1.3. La tipologia delle mansioni del resto, oltre ad essere un autonomo indice della subordinazione ne rivela di per sé degli altri; posto che il lavoro di commessa in quanto tale presuppone l'assoggettamento a direttive per quanto attiene ai contenuti intrinseci delle prestazioni, all'orario di lavoro ed al luogo di lavoro.

1.4. Esistevano quindi indici rivelatori della subordinazione alla stregua degli indici sintomatici utilizzati in giurisprudenza in via residuale, in mancanza di altre più precise e dirette indicazioni sull'assoggettamento al potere direttivo, disciplinare e di controllo che qualifica direttamente la subordinazione. 

1.5. Al contrario, per quanto riguarda l'elemento della volontà delle parti, va ricordato come la materia della qualificazione del rapporto di lavoro configuri una questione che è sottratta alla disponibilità delle parti ed alla stessa discrezionalità del legislatore (in quanto costituente premessa per l'applicazione di disciplina essenzialmente inderogabile, anche a carattere costituzionale); perciò la medesima qualificazione va risolta, più che in base al nomen iuris conferito dalle parti al rapporto, in base all'effettiva natura del rapporto, alla stregua delle concrete modalità con cui si svolge la prestazione, nei termini sopra indicati.

2. Col secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell'art.2094 c.c. in relazione all'art.115 e 116 c.p.c. , nonché per omessa motivazione sul punto, avendo la Corte totalmente ignorato gli elementi raccolti dal giudice di prime cure relativi all'accertamento negativo dei requisiti tipici del rapporto di lavoro subordinato avendo l'istruttoria accertato che nessuno dei requisiti tipici del lavoro subordinato sussistesse in quanto le due commesse operavano in una unità locale di Rimini con totale autonomia.

2.1. Il motivo è inammissibile perché mira ad un riesame del merito senza peraltro dedurre vizi logici deducibili ai sensi del n. 5 dell'art. 360, applicabile ratione temporis, il quale postula l'omessa insufficiente contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e risultante dal contraddittorio della parti; mentre il motivo richiede una nuova inammissibile valutazione della prove; in violazione altresì del principio secondo cui è il giudice del merito a selezionare le prove. Deve ricordarsi che quello di Cassazione non è un terzo grado di giudizio il cui compito sia di verificare la fondatezza di ogni affermazione effettuata dal giudice di appello nella sentenza. Esso è invece (Cass. Sez. 5, sentenza n. 25332 del 28/11/2014) un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di Cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa. E' inoltre ius receptum che sia devoluta al giudice del merito l'individuazione delle fonti del proprio convincimento, e pertanto anche la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l'unico limite della adeguata e congrua motivazione del criterio adottato; conseguentemente, ai fini di una corretta decisione, il giudice non è tenuto a valutare analiticamente tutte le risultanze processuali, ne' a confutare singolarmente le argomentazioni prospettate dalle parti, essendo invece sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento e l'iter seguito nella valutazione degli stessi e per le proprie conclusioni, implicitamente disattendendo quelli logicamente incompatibili con la decisione adottata.

2.2. Il motivo difetta inoltre di autosufficienza, non risultando trascritti in ricorso le risultanze processuali e i contratti di associazione, di cui si dice a fondamento delle censure, i quali peraltro nemmeno risultano allegati allo stesso ricorso.

3. Il terzo motivo deduce violazione degli artt. 2549, 2552 e 2553 c.c. essendo lo schema del contratto di associazione in partecipazione compatibile con una retribuzione commisurata ai ricavi (incassi) e con la natura (indeterminata o meno) delle mansioni esercitate dalle due associate "le quali avevano il compito di garantire il corretto funzionamento del punto vendita". Come una sorta di lavoro ripartito. Il motivo non ha fondamento. La Corte ha affermato che la società ricorrente non ha provato nessuno degli elementi costitutivi del contratto di associazione il quale configurando un contratto a prestazioni corrispettive dotato del carattere dell'aleatorietà, postula un compenso variabile secondo gli utili realizzati; ed implica inoltre un indefettibile diritto al rendiconto, la cui mancanza costituisce elemento decisivo per la configurazione di un rapporto di lavoro subordinato. Nella fattispecie le lavoratrici secondo l'accertamento operato dal giudice di merito non tanto godevano di un guadagno minimo garantito ma erano state retribuite "senza che la retribuzione avesse il benchè minimo riferimento ad una partecipazione agli utili o a qualsiasi elemento economico dipendente delle vicende imprenditoriali, bensì con erogazioni periodiche e, deve presumersi, corrispondenti alla attività lavorativa prestata, e non alla fantomatica associazione in partecipazione".

Va inoltre osservato che questa Corte (Sez. L, Sentenza n. 24781 del 22/11/2006) ha affermato in materia che: "In tema di distinzione fra contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato e contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell'impresa, l'elemento differenziale tra le due fattispecie risiede nel contesto regolamentare pattizio in cui si inserisce l'apporto della prestazione lavorativa da parte dell'associato e l'espletamento di analoga prestazione lavorativa da parte di un lavoratore subordinato.

Tale accertamento implica necessariamente una valutazione complessiva e comparativa dell'assetto negoziale, quale voluto dalle parti e quale in concreto posto in essere, e la possibilità che l'apporto della prestazione lavorativa dell'associato abbia connotazioni in tutto analoghe a quelle dell'espletamento di una prestazione lavorativa in regime di lavoro subordinato comporta che il fulcro dell'indagine si sposta sulla verifica dell'autenticità del rapporto di associazione. Ove la prestazione lavorativa sia inserita stabilmente nel contesto dell'organizzazione aziendale, senza partecipazione al rischio d'impresa e senza ingerenza nella gestione dell'impresa stessa, si ricade nel rapporto di lavoro subordinato in ragione di un generale favore accordato dall'art. 35 Cost. che tutela il lavoro "in tutte le sue forme ed applicazioni".

4. Le considerazioni svolte impongono dunque di rigettare il ricorso e di condannare la ricorrente, rimasta soccombente, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in dispositivo.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in favore dell'INPS in C 5200 complessive, di cui C 5000 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali ed agli accessori di legge.

 

Roma, così deciso nella camera di consiglio dell'18 gennaio 2017  

Depositata in cancelleria il 7 aprile 2017
 

Tags: associazione in partecipazione

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